Pensieri sparsi
By Gabriele on Lug 20, 2005 in Personale
Ehy Gabriele, ti ricordi una volta di quando ti fermavi e cercavi di imprimere su pagine bianche il mondo che ti passava davanti? Non c’era nulla di oggettivo, ma solo pura soggettività che dalla tua testa partiva e tramite impulsi muscolari di vario tipo arrivava dritta dritta alla punta delle tue dita e da lì veniva memorizzata su di un supporto magnetico. Che tempi che erano, tempi di alti, bassi, di piccoli successi e grandi delusioni. Il mondo girava e tu lì, fermo, a guardarlo dalla finestra.
Esperienza dopo esperienza capivi dove il mondo andava e qualche volta cercavi di adeguarti alla corrente, altre volte ti fermavi e ti lasciavi sorpassare da tutti gli altri che invece andavano avanti con il paraocchi senza capire. Capire che cosa? Capire quale fosse il senso dominante di tutto questo. Capire il perché. Domande retoriche. Forse. Domande banali. Dipende dal contesto in cui sono inserite. A sentire parlare “il popolo”, queste domande sarebbero sulla bocca di tutti, ma pochi ne riescono ad apprezzare la profondità intrinseca in simili affermazioni.
Ci ritroviamo qui, a vivere, tutti assieme. Abbiamo costruito un sistema imperfetto per garantire un po’ di benessere ad una discreta fetta del mondo, eppure ormai siamo afflitti da questo sistema che abbiamo creato e viviamo per garantirne la continuità.
Viviamo di orari, abbiamo tutto regolato, la nostra vita è piena di informazioni, non sappiamo neanche più dove pescarle. Uscite tutti di casa e fermatevi un attimo a guardarvi attorno con un occhio critico, che non si fermi alla banalità, ma che cerchi di scoprire qualcosa di più. Spoglierete il mondo di una componente essenziale: le informazioni. Siamo pieni di informazioni, spesso ridondanti e ai più inutili per noi. Guardare i cartelloni pubblicitari, le targhe delle macchine, i segnali stradali, le scritte per terra e sui muri, le indicazioni dei cantieri, i campanelli delle case… e non sono solo informazioni visive. Il mondo è afflitto da informazioni che viaggiano attraverso tutti i sensi che l’uomo ha a disposizione. E così a guardare tutto questo ti prende una sindrome di Stendhal. Questo non ha senso. Tutto quello che facciamo è semplicemente destinato a garantire al mondo di andare avanti. Qualcuno ti risponderà, e l’arte? La musica? La creatività tipica dell’essere uomo? Fa tutto parte di questo meccanismo che abbiamo creato. Nel nostro spazio mentale abbiamo bisogno di credere che non è tutto finalizzato al mantenimento di questa stasi, ma in realtà non è così, anzi. La tanto sbandierata creatività non è altro che un altro strumento per garantire a tutto questo sistema di funzionare: ci piace pensare che nel nostro mondo ci sia posto per “altro”, ma in realtà questo altro non esiste, è solo frutto di una nostra immaginazione frutto della volontà di non accorgerci del Velo di Maya del 21° secolo.
Eppure il mondo è regolato da tutto questo. Milioni di persone incapaci di arrivare veramente al senso, ne vengono sopraffatti senza che neanche se ne accorgano e vivono per arrivare. Dove? Ognuno in un posto diverso, ma tutti accomunati da un unico e grande senso.
E allora? Che fare? Dopo questa disamine, che si può dire o fare? Non abbiamo speranza? Possiamo veramente fare qualcosa in questo sistema meccanicista che affligge la nostra imperfetta società?
Basta partire dalla fine. E cioè abbandonare il senso ultimo delle nostre vite, il senso a cui tutti, consciamente o incosciamente tendiamo. Lo abbiamo tutti, anche chi dice che non sa quello che fare della propria vita, perché lui sarà soltanto il primo dei bugiardi. Tutti lo sappiamo, molti cercano di far finta di non saperlo, ma la realtà è ineluttabile. E allora, abbandona i tuoi vestiti e invece di pensare, per una volta, non fare niente.
“Perchè non ti rilassi e vai avanti nella vita…. non importa quello che è avvenuto in passato o quello che credi potrebbe avvenire in futuro, importa il tragitto!!! Non c’è motivo di affrontare tutte le merdate se non ti godi il tragitto….. e sai che ti dico: quando meno te lo aspetti potrebbe capitare qualcosa di bello, più importante di quello che avevi programmato!…..”
Dalle piccole cose si può ottenere un mondo di soddisfazione. Apri la finestra e guarda il cielo, scoprirai che ci sono migliaia di stelle. Inizia ad immaginare, a viaggiare con la mente, esci dai consueti schemi mentali che affliggono te e il resto del mondo civilizzato. La vita è bella, per chi sa come godersela. Neruda nella sua “ode alla vita” ricorda in poche righe tutti i piccoli gesti quotidiani che impediscono al cervello di morire e che possono evitare di far buttare via un’intera vita.
“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e non cambia il colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sè stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande su argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”
E questi gesti non sono tesi a condurre una vita capace di raggiungere o, peggio, non raggiungere una felicità metafisica, una felicità così astratta da essere triste. Sono tutti gesti destinati a vivere bene, a scoprire come nelle piccole cose del mondo non ordinarie risiede l’incanto. Il mondo è semplice, mai caotico. Siamo noi a renderlo terribilmente complicato e caotico. Siamo noi con i nostri schemi supercollaudati. Siamo noi, che come un re Mida al contrario, non facciamo altro che trasformare, distruggendo. Scoprire un nuovo rapporto con il mondo, con la natura, ci renderebbe più liberi come esseri umani e più consapevoli che, in fondo, non siamo altro che piccoli umanoidi capaci di vivere una frazione del tempo per non raggiungere nulla. Se esistesse Gea e ci avesse veramente creato per un suo arricchimento, tutti i nostri spiriti, una volta finita la vita, tornerebbero alla Sacra Madre senza essersi arricchiti di una virgola, incapaci di impreziosire l’universo. Ma questo discorso non tende al voler vedere il nostro sistema crollare per far tornare tutti noi in un mondo senza le tanto necessarie comodità moderne. Piuttosto si tratta di far aprire gli occhi a noi “esserini” dell’universo e farci capire che c’è dell’altro. Sopraffatti come siamo dalla routine quotidiana, non riusciamo a vedere più lontano del nostro ego.
E a questo punto è perfetta la poesia di Jorge Luis Borges, Istanti.
Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in più posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti; non ti perdere l’oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un’altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
Un ritorno alla semplicità, al camminare scalzi per assaporare il terreno che abbiamo sotto i piedi e che con le nostre comodissime scarpe di gomma, abbiamo dimenticato di apprezzare. E’ come quando non ci rendiamo conto della bellezza delle cose che abbiamo a portata di occhi tutti i giorni, ma siamo terribilmente occupati ad assaporarle quando quelle bellezze sono nuove. Città e paesi favolosi, sono declassati dai propri abitanti a semplici borghi dell’hinterland di qualche metropoli unicamente perché questi non sono all’altezza di apprezzarne l’entità. Pochi alzano lo sguardo sopra il livello della vita di tutti i giorni, pochi ancora arrivano fino al cielo. Se qualcuno venisse sorpreso per strada a contemplare il cielo, verrebbe preso per alienato da tutti gli altri passanti, che invece sono abilissimi nel vedere l’abituale.
L’uomo ha passato intere vite a costruire la sua impotenza, dopo aver acquisito dalla natura il dono della potenza pura. Tornare alle origini, per continuare a scoprire il futuro, sarebbe solo un motivo di orgoglio per la nostra razza.
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